Giuseppe Gioia

 

I tre elementi della vita certosina:

solitudine, comunione fraterna, incontro divino

 

 L'Ordine certosino è un Ordine interamente dedito alla pura contemplazione divina, attuata in un clima di solitudine e silenzio alternati da intensi momenti di vita comunitaria: «I certosini - scrive Dom Francois Pollien - sono degli uomini votati alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime attraverso la pratica della preghiera e della penitenza; e questo è il loro carattere generico. Ma i certosini praticano la preghiera e la penitenza in un genere di vita formato dall'incontro di vita comune e di vita solitaria. E' tale fusione di solitudine e di comunità che conferisce ai certosini la loro vera fisionomia» (Pollien 1965: § XX)

E lo stesso Pollien, nella sua agile opera inedita - Quelle est la fin de l'Ordre Cartusien? - dà questa rimarchevole definizione dell'Ordine fondato nel 1084 da San Bruno nel Massiccio di Certosa sulle Alpi del Delfinato: «L'Ordine certosino è un Ordine religioso contemplativo temperato da vita solitaria e da vita comune, votato interamente alla gloria di Dio e alla dilatazione della Chiesa, attraverso la pratica della preghiera e della penitenza».

 Queste definizioni del Pollien pongono in evidenza come la vita del certosino, nella sua dimensione propria, cerchi di essere totalmente animata da un'intima tensione verso Dio. E', così, opportuno rilevare subito che la solitudine e il silenzio abbracciati dal figlio di San Bruno - ma anche lo stesso monastero certosino nel suo insieme architettonico - sono da considerare alla luce di una prospettiva essenzialmente teologica.

Già nella lettera inviata, sul finire del secolo XI, dall'eremo calabrese all'amico Rodolfo il Verde, l'antico maestro della celebre scuola di Reims lascia trasparire gli elementi fondamentali della vita certosina: «In territorio di Calabria, con dei fratelli religiosi, alcuni dei quali molto colti, che, in una perseverante vigilanza divina, attendono il ritorno del signore per aprirgli subito appena bussa, io abito in un eremo abbastanza lontano, da tutti i lati, dalle abitazioni degli uomini» (Lettera a Rodolfo: § 4; Gioia 1989: App. II). Ecco, in pochissime parole, fissati i tre elementi fondamentali del tipo di vita abbracciato da Bruno e dai suoi compagni: reale solitudine eremitica, una intensa comunione fraterna ed una vigilanza perseverante tesa all'incontro con il Signore. San Bruno, infatti, vive nell'ambito di una comunità di solitari che attendono, vigilanti, il presentarsi dello Sposo Divino.

 

Solitudine

 

In verità, la solitudine certosina non può avere altra ragion d'essere che l'attesa quieta di Dio stesso in vista di un'accoglienza immediata: il certosino è un uomo che si impegna a vivere totalmente per Dio. La sua vita ha senso solo se egli cerca di divenire sempre più un uomo che, in un reale clima di silenzio e di solitudine, attende con ardente perseveranza il dono dell'intima unione divina, condividendo però concretamente la fatica e la gioia di tale attesa con altri fratelli solitari.

Particolarmente illuminanti risultano, da questo punto di vista, le raccomandazioni rivolte nel secolo XVI ad un novizio da Lanspergio. Che cosa chiedi, scrive Lanspergio ad una nuova recluta della milizia certosina, «se non d'essere ricevuto nel tempio, offerto a Dio, dedicato a Dio, rinunziando a tutte le cose del secolo, abbandonando tutti gli affari, lasciando il tuo desiderio e l'intenzione del tuo cuore, e cioè distaccarti da tutto ciò ove non si ricerca l'onore di Dio, per vivere per il solo ottimo Bene ed attendere ad esso? Questa infatti è, figlio, la posizione del nostro Ordine, il suo scopo e la sua finalità, che tu in questo momento ricerchi - se nutri un sincero proposito di vivere cosi tra noi - e che devi sempre tenere dinanzi agli occhi» (Lanspergio 1890, IV: 143). E Lanspergio con notevole realismo e grande intuizione teologica aggiunge: «Tutti quelli che siamo qui, non vi siamo per essere vestiti in tale o in tal altro modo, di un tale colore e con una tale forma, né per evitare certi alimenti o prenderne certi altri. (...) Tutte queste cose (silenzio, digiuni, osservanze, ecc.), benché debbano essere osservate da te dopo la professione con il massimo impegno, non sono però il fine e lo scopo per cui siamo venuti in Certosa, ma solo strumenti e un sostegno per giungere al fine, cioè alla purezza del cuore. Anzi, neppure questa purezza costituisce il fine ultimo, ma questo va posto in Dio per il quale soltanto questa purezza e pace del cuore va cercata. E così amando Dio sopra tutte le cose, potrai aderire a lui con tutto il cuore, tutta l'anima e tutte le forze» (Ivi).

Inoltre, può essere utile richiamare l'elogio della vita certosina tessuto da Lanspergio, sulle precise orme di Dionigi il Dottore estatico nell'Enchiridion: «Tu trovi nell'Ordine certosino le due vite, eremitica e cenobitica, e l'una e l'altra talmente temperate dallo Spirito Santo che tutto ciò che, nell'una o nell'altra, avrebbe potuto costituire un pericolo per la tua vita, è stato eliminato; da ciascuna è stato semplicemente accolto e riunito tutto ciò che serve al progresso spirituale e alla perfezione. La solitudine, così com'è in Certosa, si trova effettivamente al riparo dell'indiscrezione e di ogni pericolo, poiché non è consentito ai religiosi vivere secondo le loro fantasie, essi sono sotto la legge dell’Obbedienza e sotto la direzione dei loro superiori. sebbene soli, essi però possono ricevere aiuto, assistenza, incoraggiamento nel tempo opportuno, quando ciò è necessario» (Lanspergio 1890, IV: 579). E però, aggiunge Lanspergio, i figli di San Bruno sono dei veri solitari, sono «degli anacoreti: se infatti tu vuoi osservare esattamente le leggi del silenzio, tu sei nella cella come se ti trovassi nascosto nel profondo del più recondito deserto. Poiché, è un ostacolo se alcuni o diversi abitano con te nella solitudine? Che cosa si aggiunge o si toglie alla tua solitudine nel caso che tu sia solo in mezzo ad un bosco o lo sia in un chiostro, dal momento che tu dimori da solo in una cella e in silenzio? Così, questa solitudine certosina, alla quale sei chiamato, non è certo inferiore a quella dei primi anacoreti; essa è al contrario più sicura, se però tu ti applichi a vivere solitario. Infatti, i primi anacoreti erano costretti a preparare da mangiare, a comprare, a vendere e a occuparsi di numerose altre faccende; tu invece sei dispensato da tutto ciò per una grazia totalmente gratuita di Dio» (Ivi).

Senza dubbio, per identificare quanto più appropriatamente possibile la vita certosina, una formula veramente efficace è stata proposta da Don André Poisson, per lunghi anni ministro generale dell'Ordine. Il giusto equilibrio tra vita solitaria e vita comune, nella costante tensione contemplativa verso Dio, fa della Certosa una viva e ardente comunione di solitari per Dio. Scrivendo ai membri dell'Ordine, nella Quaresima 1977, il Poisson testualmente dichiara: «Non siamo degli eremiti; neppure siamo cenobiti, uomini di permanente vita comunitaria. Noi dobbiamo associare le grazie di entrambe queste vocazioni in un'armonia che costituisce quello che fu detto il "mistero" della vocazione certosina. La nostra funzione nella Chiesa consiste nell'essere una comunione di solitari per Dio. Uomini per Dio, ecco appunto la chiamata prima che il Signore ci ha rivolto. Solitari per Dio, tutti i particolari della nostra esistenza mostrano che tale è la nostra via. Ma non solitari isolati: siamo nel deserto, in comunione con alcuni fratelli che hanno il nostro medesimo ideale. L’opera che ognuno tenta di attuare nel segreto della cella o nel silenzio dell'obbedienza, è quella medesima che compie ciascuno dei suoi fratelli: essere consacrato a Dio in solitudine. Quest'opera unica e condivisa costituisce unità fra di noi» (Paroles des Chartreux: 559). Dunque: una comunione di solitari per Dio!

 

Vita fraterna

 

E' chiaro che una formula cosi carica di implicanze teologiche ed esistenziali merita una particolare attenzione. Da questo punto di vista, può essere utile evidenziare quanto viene ricordato nell'ormai classico testo certosino La Grande Chartreuse.

Trattando del mistero della vita certosina, nel capitolo dedicato alla vita fraterna viene infatti affermato: «Il fine di tutta la vita monastica è la perfezione dell'amore di Dio. Ma il Cristo ci ha insegnato che non si può separare l'amore di Dio e l'amore del prossimo; l'uno e l'altro si approfondiscono insieme. ogni vita cristiana, e quindi anche la vita certosina, implica una dimensione fraterna. Durante l'ultima cena, Gesù ha dichiarato: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amate gli uni gli altri; come io vi ho amato, cosi amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Un Chartreux 1991: 93). E subito dopo che è stata sottolineata l'importanza del comandamento dell'amore reciproco, viene dichiarato: «I certosini formano una famiglia; essi sono dei solitari che vivono come dei fratelli riuniti attorno al Cristo presente in mezzo a loro. Solitudine e vita fraterna si equilibrano scambievolmente: una solitudine che non è né isolamento né rípiegamento su di sé, ma desiderio di Dio e comunione dei santi; una vita comune che non è né sfogo né ricerca di compensazioni affettive, ma perseguimento, se necessario fino alla croce, delle esigenze dell'amore» (Ibidem: 93-94).

In Certosa, dunque, non si può essere degli autentici "solitari" se non si vive profondamente la "comunione fraterna". L'ascesi tipica del deserto non solo non trova nelle esigenze della reciproca carità un ostacolo ma, anzi, in esse acquista la sua più valida verifica e un indispensabile slancio.

Ma ascoltiamo ciò che gli Statuti dell'Ordine Certosino affermano a proposito della solitudine e, anche, della vita comune. Un bellissimo testo dichiara: «L'ideale della nostra professione consiste principalmente nell'attendere al silenzio e alla solitudine della cella. Questa è infatti la terra santa e il luogo dove il Signore e il suo servo conversano spesso insieme, come un amico col suo amico. In essa frequentemente l'anima fedele è congiunta con il Verbo di Dio, la sposa è associata allo Sposo, le cose celesti sono unite alle terrene, le divine alle umane» (Statuti: 1.4.1).

L'importanza della custodia della cella e del silenzio viene sottolineata dagli Statuti in maniera particolare. Il figlio di San Bruno deve amare la "cella"; d'altronde, «quanto più a lungo, tanto più volentieri l'abitatore della cella dimorerà in essa, purché tuttavia sappia occuparvisi utilmente e con ordine a leggere, scrivere, salmodiare, pregare, meditare, contemplare e lavorare. Abbia frattanto familiare quel tranquillo ascolto del cuore che lascia entrare Dio da tutte le parti e da tutte le vie» (Stat.:1.4.2). Il certosino, dunque, deve abituarsi a conquistare l'ascolto tranquillo del cuore!

L'importanza della custodia della cella e del silenzio è legata al fatto che «Dio ci ha condotto nella solitudine per parlarci al cuore. Sia perciò il nostro cuore come un altare vivente donde salga perennemente al cospetto di Dio un'orazione pura, della quale tutte le nostre azioni devono essere come impregnate» (Stat.: 1.4.11). In ogni circostanza il certosino deve ricordarsi che è chiamato ad essere puro ascolto della parola divina.

D'altronde, un altro testo degli Statuti pone in evidenza l'elemento comunitario, esigendo che i candidati alla vita certosina siano sufficientemente atti «non solo alla solitudine ma anche alla vita comune» (Stat.: 1.8.3.).

In Certosa è la liturgia a costituire la parte più elevata della vita di comunità, poiché è essa che stabilisce tra tutti i figli di San Bruno la comunione più stretta. I tempi forti della Liturgia certosina, precisano gli Statuti, «sono le Veglie della notte, cui seguono le Lodi del Mattino, l'Eucaristia celebrata comunitariamente e i Vespri. Per tali uffici ci raduniamo in chiesa. Quando ci raduniamo per l'Eucaristia l'unità della famiglia certosina trova il suo perfetto compimento nel Cristo presente ed orante. Questo memoriale del Sacrificio del Signore riunisce ogni giorno tutti i monaci del chiostro e quelli tra i monaci laici che lo desiderano» (Stat.: 3.21.3-4).

L’importanza della Liturgia non è certo sminuita anche quando viene celebrata nella cella: «La Liturgia celebrata nel segreto della cella si accorda alla vita solitaria, la quale è libertà dell'anima, così da armonizzarsi più profondamente con le aspirazioni dei nostro cuore, pur restando sempre un atto della nostra vita comune. Al suono della campana tutti, pregando nello stesso momento, fanno dell’intero monastero una sola lode alla gloria di Dio» (Stat.: 3.21.7).

Da questo punto di vista, con forte sensibilità ecclesiale, gli Statuti affermano: «Nel celebrare il divino Ufficio i monaci divengono voce e cuore della Chiesa, che per mezzo di essi presenta a Dio Padre, nel Cristo, un culto di adorazione, di lode, di supplica e chiede umilmente perdono per i peccati. Di certo i monaci adempiono una funzione così importante con tutta la loro vita, ma in maniera più esplicita e ufficiale mediante la sacra Liturgia» (Stat.: 3.21.8).

E, dunque, in ragione di questa primaria funzione ecclesiale che nel trattare della vita comune gli Statuti si soffermano proprio sulla celebrazione quotidiana della Liturgia. E perciò il capitolo ventiduesimo precisa: «Quando in cella o nelle obbedienze conduciamo vita solitaria, il cuore s'infiamma e si alimenta al fuoco della carità divina, che è il vincolo di perfezione e ci fa membra di un solo corpo. Radunandoci nei momenti stabiliti, possiamo manifestare nella gioia quest'amore reciproco con le parole e le azioni, e rinunciando a noi stessi per i fratelli» (Stat.: 3.22.1). E’ quindi in particolare allorché la “piccola Chiesa” certosina si riunisce in preghiera che viene ad attuarsi il momento più alto della comunione fraterna: «La sacra Liturgia è la parte più nobile della vita di comunità, perché stabilisce tra noi la più stretta comunione, quando ogni giorno vi partecipiamo riuniti insieme così da poter stare con un solo animo davanti a Dio» (Stat.: 3.22.2).

Abbastanza opportunamente, pertanto, Dom Etienne Descamps ha sottolineato proprio l'importanza ecclesiale dell'aspetto comunitario in Certosa: «E’ giunto il tempo, in effetti, nel quale si deve dare alla parte di vita comune il suo senso pieno, non solamente di fattore di equilibrio ma anche di valore ecclesiale. La comunità di una Certosa è, per i monaci che la compongono, il segno concreto e immediato della loro appartenenza alla Chiesa universale. Attraverso la comunità, i certosini entrano in contatto autentico con il corpo mistico di Cristo animato dallo Spirito Santo» (Descamps 1979: 347). E perciò, annota realisticamente il Descamps, quando i figli di San Bruno «si riuniscono per pregare insieme, il giorno o la notte, e anche per lavorare in comune, per la ricreazione della domenica o durante la passeggiata settimanale (lo spaziamento), essi hanno la viva percezione di costituire una piccola "Chiesa" che è l’immagine nel piccolo dell'ecclesia-mater di cui si sentono e si vogliono i figli amatissimi» (Ivi).

 

Incessante ed equilibrata presenza contemplativa

 

 Contemplazione

 

Dopo aver presentato la vita in Certosa nei suoi elementi fondamentali, si può affrontare esplicitamente il problema della spiritualità certosina. Per cercare di assumere tale problema in tutta la sua ampiezza è opportuno richiamare una precisa affermazione avanzata dai curatori, certosini, nelle pagine introduttive del volume Un itinerario di contemplazione, l'eccellente antologia di autori certosini edita in occasione del nono centenario della fondazione dell'Ordine. I curatori, nel presentare il piano dell'opera (e, dunque, lo sviluppo organico dell'itinerario contemplativo), subito dopo l'elencazione delle tappe dell’itinerario dichiarano: «Ovviamente, questa visione del percorso contemplativo non presume assolutamente di essere esclusiva, perché ogni anima ha la propria via per raggiungere Dio; e neppure intende in alcun modo essere l'espressione della spiritualità della Certosa, la cui caratteristica è di non avere una propria spiritualità» (Un itinerario di contemplazione: 13).

Dinanzi all'avvertenza che la Certosa non ha una propria spiritualità è evidente che non si può evitare di avvertire un senso di disagio. Come si può accettare l'inesistenza di una specifica spiritualità in un Ordine religioso talmente singolare come quello certosino?

Da questo punto di vista, utilissima risulta la puntualizzazione fatta da Dom Yves Gourdel nella voce «Chartreux», pubblicata nel 1940 nel Dictionnaire de spiritualité ascetique et mystique: «Per spiritualità certosina non è da intendersi un metodo uniforme che sarebbe imposto ufficialmente a tutti i certosini come il solo capace di condurli all'unione con Dio. Piena libertà è lasciata a ciascuno di tendere a Dio, sotto il controllo dei superiori, attraverso la strada che per lui risulta la più adatta e la più diretta» (DS: 735).

E' allora chiaro che, utilizzata in rapporto ad un Ordine totalmente contemplativo, la parola “spiritualità" rimanda essenzialmente alla sfera del vissuto personale, all'ambito dell'esperienza radicale della dimensione religiosa, ovvero al quieto dinamismo di una vita che si sa impegnata in un cammino amoroso verso Dio. In altri termini, la “spiritualità" della Certosa non può che coincidere col concreto dinamismo della vita stessa che il certosino va attuando nel suo incessante impegno contemplativo. Se non si cade nell'ipotesi autocontraddittoria secondo la quale in Certosa si mancherebbe di spiritualità, risulta giustificato affermare che la spiritualità certosina coincide con l'anima della stessa vita contemplativa praticata secondo la prospettiva bruniana.

La spiritualità della Certosa che cosa esprime se non lo spirito della Certosa? La spiritualità, si potrebbe dire, non è che la manifestazione concreta dello spirito; essa è lo stesso spirito che vive, che si determina e si tramanda nelle sue figure storiche che sono, appunto, i figli e le figlie di San Bruno. D'altra parte lo spirito, che trova la sua espressione nella spiritualità, come potrebbe essere adeguatamente individuato fuori dalla sua originaria posizione, cioè senza quella che potremmo chiamare la perenne fonte della vita cortosina, ossia l'esperienza contemplativa di San Bruno?

Basta scorrere gli Statuti dell'Ordine per accorgersi come in essi sia trasparente la consapevolezza della singolare posizione fondatrice - nei riguardi della Certosa - dell'esperienza contemplativa di San Bruno, un uomo che ha ricevuto da Dio il privilegio di un carisma singolare. Il Prologo degli Statuti infatti afferma: «Cristo, Verbo del Padre, per mezzo dello Spirito Santo, a lode della gloria di Dio, si scelse fin dal principio degli uomini per condurli nella solitudine e per unirli a sé in intimo amore. Seguendo tale vocazione, nell'anno 1084, Maestro Bruno entrò con sei compagni nel deserto di Certosa e vi si stabilì. Essi e i loro successori, continuando ad abitare in detto luogo sotto la guida dello Spirito Santo, formarono gradatamente, con l'aiuto dell'esperienza, una propria consuetudine di vita eremitica, che veniva tramandata ai posteri, non per mezzo di scritti, ma con l'esempio» (Stat.: 0.1.1).

Maestro Bruno è l'uomo che, rinunziando a tutto, ha accolto l'invito d'amore rivoltogli da Dio, è l'uomo che si è lasciato condurre nel deserto per essere unito a Dio in intimo amore, è l'uomo che ‑ a capo di una piccola famiglia di solitari ‑ ha accettato di divenire scolaro del Verbo del Padre, lasciandosi totalmente guidare dall'azione dello Spirito d'Amore.

In questo senso, soffermandosi sulla finalità dell'Ordine fondato da San Bruno, Dom Yves Gourdel ha potuto scrivere: «Essendo escluso ogni altro fine secondario, la vita del certosino deve tendere completamente, con il minor scarto possibile, verso quest'unico scopo: l'unione a Dio nella carità» (DS: 722).

Ma, proprio perché la vita certosina deve essere completamente tesa verso l'attuazione del "puro amore", è evidente come essa esiga un duro combattimento affrontato con una matura serenità e con una instancabile perseveranza. In Certosa è indispensabile acquistare sempre più quello che col Gourdel potremmo chiamare l'esprit de virginité, «dando al termine verginità spirituale il senso d'unione intima con Dio e di separazione da tutto ciò che può distrarre da lui» (DS: 725). E' del pari indispensabile acquistare uno spirito di semplicità, semplificando tutta la propria esistenza in Dio: nella misura in cui il certosino - dichiara Dom Yves Gourdel - vedrà tutto in Dio e amerà tutto in lui, «in questa misura diverrà semplice e vergine» (DS: 727). E' inoltre necessario vivere, così come ha mostrato concretamente San Bruno con le sue ripetute scelte esistenziali, nel più totale rinnegamento di se stessi, impegnandosi in un incessante superamento di qualunque atteggiamento egoistico.

Da questo punto di vista, come dichiara Dom Jean-Baptiste Porion, «non si può dissimulare, tracciando uno schizzo dell'ideale certosino, la presenza costante della croce: abbandonare il mondo è doloroso per il cuore; la solitudine, per quanto preziosa in se stessa, è un sacrificio quotidiano per la nostra natura decaduta; l'ubbidienza, la povertà, per quanto saggiamente commisurate alle forze umane, non possono essere accettate e vissute senza un'agonia della propria volontà» (Porion 1956: 133). Ed il Porion aggiunge: «Se l'entusiasmo dell'amore non accende nell'anima una scintilla d'eroismo, non si affronterà per lungo tempo questi doveri del prete certosino o del fratello converso, né quelli di sposa e madre spirituale. Essi suppongono che l'appello di nostro Signore sia stato compreso: "Chi mi ama prenda la sua croce e mi segua". Non c'è vita interiore autentica senza un'immensa pazienza, e se la vita di cella non è una vita interiore, è una prigionia singolarmente infelice» (Ivi). E Dom Porion insiste sul grande valore della libertà e della fedeltà: «La grazia non mancherà a coloro che vogliono ascoltare questo appello, ma se non vi fosse una fedeltà quotidiana ogni grazia sarebbe sterile e si perderebbe» (Ivi).

Ma è chiaro che in Certosa il duro combattimento non costituisce l'aspetto finale del cammino contemplativo: come dichiara San Bruno sempre nella lettera inviata all’amico Rodolfo, la vita certosina, con il suo rigido clima di solitudine e silenzio, riserva anche la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo. In effetti, la prospettiva ultima della scuola divina frequentata dal certosino è quella della reale esperienza della vera beatitudine. Risulterebbe pertanto impensabile una comunità certosina priva di un'atmosfera di autentica gioia. La gioia - come la semplicità, l'umiltà, la pazienza e la fedeltà - costituisce una nota caratteristica del figlio di San Bruno!

 

Marta e Maria

 

D'altronde, proprio perché si tratta di praticare, nella prospettiva della gioia divina, un ozio faticoso e, del pari, di riposare in un'azione quieta, la vita certosina può essere riconosciuta, secondo san Bruno, in quella parte migliore che Maria ha scelto e che non le sarà tolta.

Chi meglio del grande legislatore dell'Ordine, Guigo di Saint-Romain, ha saputo riprendere e incisivamente illustrare questo pensiero del fondatore? Una delle più belle pagine delle Consuetudini dichiara: «Che Marta abbia il suo servizio, lodevole certamente, ma tuttavia non esente da preoccupazioni e da agitazioni; che essa non solleciti sua sorella, che segue le orme del Cristo e, disponibile, vede che egli è Dio» (Guigues 1984: § XX).

Lo spessore teologico ed esistenziale di questa puntualizzazione è evidente: Maria vede che Cristo è "Dio", perché ne segue le orme, cioè perché silenziosa e sola se ne sta seduta quieta a contemplarlo.

Guigo infatti aggiunge: «Maria purifica il suo spirito e raccoglie la sua preghiera nel suo cuore, ascolta in se stessa le parole che le rivolge il Signore; e così, secondo la debole misura possibile per riflesso e per enigma, Maria gusta e vede come è soave il Signore, e prega, tanto per se stessa quanto per tutti quelli che lavorano come Marta» (Ivi). Grazie alla sua piena disponibilità Maria può accogliere il grande dono del rivelarsi di Dio, cioè può - attraverso una reale purificazione del proprio cuore - gustare e vedere la soavità tutta divina dell'Ospite.

In piena fedeltà alla prospettiva spirituale di San Bruno, Guigo ama dunque porre in rilievo il fatto che tutta la vita del certosino, al pari di Maria di Betania, deve trovare la propria consistenza nella pratica del porsi quietamente dinanzi al Signore, per gustare e vedere come è buono. Il certosino, d'altronde, non trascura di restare dinanzi al maestro divino, seguendone dinamicamente le orme, anche a nome di tutti coloro che, come Marta, lavorano.

Le affermazioni di San Bruno e il commento di Guigo, che con esse risulta in perfetta sintonia, ci consentono pertanto di fissare l'elemento essenziale della spiritualità certosina: il certosino è l'uomo della presenza a Dio; è l'uomo della quieta (seppur faticosa) disponibilità all'incontro gioioso con lo Sposo divino. Il figlio di San Bruno è l'uomo che, generosamente, fa della propria vita una incessante attesa dell'arrivo di Dio stesso esperimentato nell'intimità ineffabile dell'unione sponsale. E' l'uomo che, postosi sulle orme del maestro divino al fine di lasciar conformare il proprio essere al suo in una misteriosa ma reale comunione di vita, si dispone a gustare la sua incomparabile dignità, il suo splendore e la sua soave bellezza. Il certosino è l'uomo che resosi, per amore, solitario e silenzioso per Dio, vive, nel seno di una comunità di solitari, il grande ideale della pura contemplazione divina.

Secondo la significativa dichiarazione del grande testimone dello spirito certosino, Dionigi, «il principale lavoro del solitario è quello di mantenersi in una unione con Dio quanto più possibile attuale e continua,  (... ) in modo tale che il ricordo di Dio gli sia talmente impresso fortemente e amorosamente nel cuore, che in nessuna occupazione, in nessun luogo, in nessun tempo egli non lo dimentichi, ma che sempre, sia che mangi, beva o faccia altra cosa, il suo spirito sia rivolto verso il Signore» (Dionigi 1909: 394).

Da questo punto di vista, come è sottolineato nella Lettera d'oro, nessuno è meno solo del solitario contemplativo (Guillaume de Saint-Thierry 1983: 80), cioè dell’uomo che fa di se stesso una vivente e incessante presenza a Dio, amato come l'unico e vero Bene!

E, però, se la spiritualità certosina si caratterizza per un'incessante presenza a Dio segnata dal sigillo della più esigente solitudine, diviene opportuno precisare che si tratta anche di una presenza equilibrata, cioè di una presenza che si sa costantemente impegnata in un vivo rapporto comunitario e, ancor di più, ecclesiale.

Come è già emerso, il certosino non è un puro e semplice eremita; egli vive ed opera all'interno di quella che ben a ragione Guigo chiamava un'autentica Chiesa: vere sit cartusiensis ecclesia (Stat.: 1.3.6). Egli sa di partecipare ad una storia di salvezza che riguarda l'intera umanità, a cominciare dalla piccola comunità nella quale concretamente vive. Il suo cammino di santità è perciò legato alla santità di ogni membro della comunità e, più in generale, a quella di tutto il "corpo mistico".

Proprio collocandosi nella prospettiva della vita mistica, gli Statuti si preoccupano di chiarire il senso dell'utilità della scelta contemplativa e, quindi, della funzione dell'Ordine nella Chiesa: «Non abbiamo scelto questa parte migliore soltanto per il nostro personale profitto. Abbracciando la vita nascosta, noi non disertiamo la famiglia umana; ma, anzi, attendendo a Dio solo, esercitiamo una funzione nella Chiesa, dove il visibile è ordinato all'invisibile e l'azione alla contemplazione» (Stat.: 4.34.1).

 

Uniti a tutti

 

E gli Statuti aggiungono: «Se aderiamo veramente a Dio, non ci trinceriamo in noi stessi, ma al contrario la nostra mente si spande e il cuore si dilata tanto da poter abbracciare in tutta la loro ampiezza l'universo e il mistero salvifico di Cristo. Segregati da tutti, siamo uniti a tutti, per restare a nome di tutti al cospetto del Dio vivente» (Stat.: 4.34.2). E’ evidente che, al di là della sua radicale scelta di solitudine e silenzio, presentandosi incessantemente dinanzi al Dio vivente per lodarlo, ringraziarlo, adorarlo - divenendo dunque "pura presenza contemplativa" - pur con tutta la miseria che lo contraddistingue come singolo uomo il certosino avverte di essere dinanzi a Dio il testimone dell'umanità intera, ovvero il testimone del desiderio umano più essenziale.

Uomo fra gli uomini o, più esattamente, peccatore perdonato, impegnandosi ad essere sempre più incessante ed equilibrata presenza contemplativa, il certosino intende offrire a Dio la testimonianza dell'umanità come tale, sia di quella che sa di doverlo cercare, amare e lodare, sia (e non secondariamente) di quella che si affatica nei mille desideri mondani che soffocano il desiderio fondamentale della realtà divina.

D'altronde, proprio perché si tratta di una incessante ed equilibrata presenza contemplativa, quella del certosino può essere considerata non solo una viva testimonianza dell’orientamento umano verso Dio, ma anche un’efficace testimonianza del Divino come tale: «Consacrandoci con la nostra professione unicamente a Colui che è, rendiamo testimonianza davanti al mondo, troppo irretito nelle realtà terrene, che non vi è altro Dio fuori di Lui. La nostra vita dimostra che i beni celesti sono già presenti in questo secolo, preannunzia la risurrezione e in certo modo anticipa la palingenesi finale» (Stat.: 4.34.3).

Non a caso, Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai certosini di Serra San Bruno, in occasione della sua visita del 5 ottobre 1984, ha affermato: «Date, con la vita, testimonianza del vostro amore a Dio» (Gioia 1994: App.). E ancora: «Voi, da questo monastero, siete chiamati ad essere lampade che illuminano la via su cui camminano tanti fratelli e sorelle sparsi per il mondo» (Ivi). Da puro contemplativo, il figlio di San Bruno ha il compito di parlare, con la sua stessa solitudine abitata dalla lode, a Dio della miseria umana e all'uomo della infinita misericordia di Dio.

Nella recente lettera inviata dal pontefice a Dom Gabriele M. Lorenzi, priore della Certosa di Serra San Bruno, proprio in occasione del nono centenario della fondazione di tale Certosa, non manca il riferimento alla viva e fedele testimonianza che l'Ordine certosino continua ad offrire (Ivi).

In effetti, chiunque si accosta alla spiritualità certosina non può evitare di ascoltare nel proprio cuore e nella propria mente l'eco delle parole bruniane che sintetizzano lo stesso spirito della Certosa: «Che cosa è tanto giusto e tanto utile, e che cosa così insito e conveniente alla natura umana quanto l'amare il Bene? E cos'altro è tanto Bene quanto Dio? Anzi, cos'altro è Bene se non solo Dio?» (Lettera a Rodolfo: : § 16).

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